giovedì, Giugno 24

11 settembre, l’altro, quello del Cile 1973 field_506ffbaa4a8d4

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A 14 anni il mondo non si è fermato – di solito con gli anniversari funzionano le cifre tonde, magari nel 2016, quando saranno 15 anni andrà meglio – per l’11 settembre 2001. «Ti vogliamo bene, NYC, città e casa di chi non si arrende mai. #11settembre», ha scritto il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi; mentre negli USA, da New York a Shanksville, in Pennsylvania, dalla Casa Bianca, agli stadi di baseball di tutta la Nazione, l’America si fermerà ancora un volta, per ricordare l’attacco terrorista in cui persero la vita quasi 3.000 persone. Il Presidente Barack Obama, insieme alla first lady  parteciperà ad un minuto di silenzio nel giardino della Casa Bianca e incontrerà i militari della base di Fort Meade, nel Maryland.

Nessuno, probabilmente, invierà messaggi Twitter, né vi saranno alzabandiera per ricordare l’altro 11 settembre, quello del 1973, in Cile. Quel giorno un golpe militare guidato dal Generale Augusto Pinochet, realizzato con l’appoggio degli Stati Uniti, pose fine all’esperienza democratica portata avanti in Cile dal Presidente Salvador Allende e dalla formazione Unidad Popular – coalizione formata dai socialisti, dal Partito Comunista, da una corrente della Democrazia Cristiana che aveva dato vita al Mapo e dal Partito Radicale -, la quale aveva vinto le elezioni nel 1970. ‘La via cilena al socialismo‘ si chiamava quel progetto politico che sperava di poter raggiungere la trasformazione sociale restando nei parametri della democrazia borghese.
Quel giorno, Allende era a La Moneda – il palazzo presidenziale -, fece il suo ultimo celebre discorso a ‘Radio Magallanes’ – nel quale, tra il resto, disse di essere deciso a lottare fino alla fine e sicuro che il suo sacrificio non sarebbe avvenuto invano poi si suicidò.

Il golpe dell’11 settembre 1973 fu un evento che segnò la storia del Paese latinoamericano, ma che ebbe riflessi sull’intera America Latina e sulla Guerra Fredda in Europa. Coinvolta, nel rovesciamento del tentativo socialista cileno, anche la Chiesa cattolica. “Un ruolo di primo ordine a favore di Pinochet lo ha ricoperto l’allora Nunzio Apostolico Angelo Sodano”, successivamente nominato da Papa Woytila Segretario di Stato, ricordava Italo Moratti. A quel tempo Italo Moretti è un giornalista Rai poco più che quarantenne, che dal 1968 viaggia nel continente latino-americano per raccontare agli italiani i cambiamenti di quella parte di mondo che ha dato accoglienza a tanti immigrati del Belpaese. Tramontate le dittature, il cronista riceverà preziosi riconoscimenti dai Governi dell’Argentina e del Cile.

Il ricordo di quegli eventi si è affievolito nel popolo cileno”, ci racconta, “le nuove generazioni sono impegnate su altri fronti. C’è un Governo di centrodestra e non ci sono più quelle folle che a Santiago manifestavano per non dimenticare. L’evento resta ancora vivo come un colpo inferto alla democrazia e la lezione che i Partiti hanno appreso è che furono tutti responsabili di un mancato accordo che esorcizzasse la crisi del governo Allende”.

Tornando a quei giorni, in quell’altra parte del mondo dove oggi si ricordano gli attentati alle Torri Gemelle, i poteri forti usano tutti i mezzi politici per far crollare l’opera di nazionalizzazione e le riforme sociali del Presidente cileno. “La Cia guidò lo sciopero dei camionisti che in breve si tramutò in un boicottaggio del commercio. Quando avvenne il colpo di stato la maggioranza della popolazione lo accettò come una liberazione”.

Quell’undici settembre ha tramutato gli equilibri dell’Occidente, e persino il Governo italiano, da sempre debole in politica estera, si trova a fare i conti con una situazione non così distante. Se ci si ferma a riflettere, la composizione partitica del Parlamento cileno è pressocché simile a quella italiana, spaccata tra il Patto Atlantico, un socialismo moderato e un Partito Comunista che sta perdendo la sua definizione di quinta colonna sovietica in terra infidelium. “L’Italia aprì le sue porte agli esuli cileni”, ricorda il giornalista umbro, “Roma divenne la meta d’elezione per chi scappava dalla dittatura. Nell’ottobre 1975 Bernando Leighton, un’anima pura della D. C. cilena, fu vittima di un attentato in via Aurelia insieme alla moglie. Furono feriti da un commando di estrema destra assoldato dai reazionari sudamericani. Non ci fu famiglia di sinistra in tutta la nazione che non avesse rapporti con gli esuli, che erano decine di migliaia”.

Una storia che coinvolge anche la Chiesa Cattolica. Sono gli anni del post-Concilio, gli anni in cui la Conferenza Episcopale di Medellin proclama l’opzione evangelica a favore dei poveri della Terra. Vescovi e sacerdoti sono schierati contro l’oppressione, non così la Curia Romana. “Un ruolo di primo ordine a favore di Pinochet lo ha ricoperto l’allora Nunzio Apostolico Angelo Sodano (successivamente nominato da Woytila Segretario di Stato, ndr). Di contro l’Arcivescovo di Santiago, il Cardinale Raul Silva Henriquez, per dieci anni è stata l’unica vera indiscussa voce dell’opposizione al Generale golpista. Noi giornalisti consideravamo la Curia una fonte eccellente di informazioni. Raccoglieva i familiari dei desaparecidos e organizzava le difese nei tribunali. Nel 1983, al compimento dei 75 anni di età, il Presule chiese un’ulteriore proroga per rimanere sulla cattedra della Capitale. Le pressioni di Sodano non glielo consentirono.  Ricordo di averlo incontrato a Roma. Piangeva. Quando sul soglio pontificio sedeva Paolo VI il sostegno alla Chiesa cilena non era mai mancato. Montini aveva addirittura inviato a Henriquez un’ingente cifra, destinata alle opere sociali. L’Arcidiocesi teneva la Pentola sociale’, una mensa che sfamava la stragrande maggioranza dei derelitti di Santiago. In dieci anni ha cercato soltanto di difendere il popolo”.

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