sabato, Maggio 15

11 settembre: il colpevole è l’Occidente field_506ffb1d3dbe2

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L’uomo non ha mai smesso di essere lupo all’uomo: la società del nuovo millennio non si può che riassumere così, forse in una maniera semplicistica, ma  di certo molto più efficace di qualsiasi altra costruzione retorica.
Una società sbandata, quindi, la nostra. Dove le contraddizioni in termini di male e bene, sono sopravvissute nell’ansia tra il dire ed il fare persino di un’America già stigmatizzata da Stanley Kubrik nel suo cinema di profeta scomodo. Preveggente, infatti, senza risultare, però, mai visionario.

L’operazione messa a punto è tra le più sottili: trasformava cioè le sue pellicole  in veri contenitori linguistici,  ‘democraticizzandoil linguaggio musicale ben oltre le aspettative. Che viene usato a mò di amplificatore di una denuncia nei confronti di una società ormai ‘scostumata’, impoverita della identità.  In un percorso spietato, muta  il ‘Sul bel danubbio blu’ di ‘Odissea nello spazio’,  nella danza angosciosa  di un’intera generazione a contatto con una nuova scoperta.  Con una simile citazione, si ‘tradisce’ la sua collocazione storica (di valzer “viennese” per antonomasia), per iniziare a tessere un giudizio a dir poco sferzante.  Invitandoci non tanto a riflettere, quanto ad agire.  Per riappropriarci della quotidianità che ci sta  sfuggendo di mano.

L’America ed i suoi ritrovati, i suoi fasti, lustrini, che indorano la realtà, in realtà molto più sconcertante,  sono ancora per una volta il bersaglio una critica feroce, che deride la leggerezza di ‘Cantando sotto la pioggia’ durante la scena del drammatico pestaggio dello scrittore Alexander e di sua moglie da parte dei cattivi ragazzi  di ‘Arancia meccanica’.
In ‘Full Metal Jaket’, poi, si toccano i vertici della preveggenza: ‘Hello vietman’, rimanda alla legittimazione di una guerra ingiusta. La quale verrà poi pesantemente criticata, se non addirittura ridicolizzata, quando ascolteremo quei medesimi soldati, intonare, ormai folli, ‘La Marcia di Topolino’.
Il tutto sullo sfondo di uno scenario di distruzione e di miseria che  aberra persino  lo spettatore più distratto.

In un questo medesimo scenario, contemporaneo ma ancora altrettanto sfatto, dove tutte le contraddizioni del capitalismo sono infine esplose in mano anche ai potenti, ci siamo dovuti accorgere  che, con l’11 settembre,  tocchiamo solo la punta di un iceberg, secondo Paolo Ercolani, è un effetto‘ del “lungo dominio occidentale, prima coloniale poi imperialistico, su terre e popolazioni che oggi si trovano a poter reagire“.

Ercolani, docente di storia della filosofia e teoria e tecnica dei nuovi media all’Università di Urbino, studioso del liberalismo e del passaggio epocale dalla società industriale a quella in Rete, collaboratore dell’inserto culturale de ‘Il Corriere della sera’ e di ‘MicroMega’, redattore della rivista ‘Critica liberale’, oltre che fondatore e membro del comitato scientifico dell’Osservatorio filosofico, è convinto degli abbagli culturali che da 13 anni ci rendono difficile la lettura di quel maledetto 11 settembre 2001.

 

 

Ercolani, secondo molti osservatori, e tra questi uno autorevole, Papa Francesco, ci troviamo in una situazione di guerra diffusa e permanente. Quanto, secondo lei, ha contribuito l’11 settembre 2001? L’origine di questa guerra diffusa è nel World Trade Center?
Il drammatico evento dell’11 settembre 2001 non rappresenta l’origine di nulla, se non del radicalizzarsi delle azioni militari dell’Occidente cristiano in territori che, con diverse modalità, controlliamo da secoli. Stavolta con il pretesto di reagire a un attacco terroristico da parte del fondamentalismo islamico. In realtà l’11 settembre è un effetto, o meglio rientra tra gli effetti prodotti dal lungo dominio occidentale, prima coloniale poi imperialistico, su terre e popolazioni che oggi si trovano a poter reagire. I tragici eventi di New York ci hanno detto, fra le altre cose, che il mondo sta cambiando repentinamente, gli equilibri stanno cedendo e l’Occidente non può più illudersi di dominare militarmente ed economicamente il resto del mondo come ha fatto e sta facendo da tempo immemore. Sia chiaro: io mi sento occidentale e sono fiero di esserlo. Ma dobbiamo liberarci dell’illusione di poterci ritenere moralmente superiori, e soprattutto di pensare di essere sempre i più forti, oltre che i più buoni.

Quella che stiamo vivendo, dunque, non la definirebbe una terza guerra mondiale?
No. Per parlare di una guerra secondo i canoni consueti, di portata mondiale poi, ci vogliono schieramenti certi, situazioni più chiare, poste in gioco definite con maggiore certezza. La fase che stiamo vivendo si configura, a mio avviso, come un nuovo stadio di quel conflitto permanente che l’Occidente ha instaurato impegnandosi nelle campagne colonialistiche nonché di conquista e sfruttamento delle terre a sud e a oriente del nostro pianeta. Come dicevo, oggi i nuovi equilibri economici, l’emergere di nuove potenze come la Cina e la Russia, stanno rimettendo in discussione la supremazia dell’Occidente. Ma per favore non tiriamo in ballo una fantomatica Terza guerra mondiale. Come se le guerre mondiali fossero solo quelle che hanno interessato i territori e le persone del nostro Occidente. Il conflitto permanente lo abbiamo alimentato noi con le nostre mire imperialistiche, tanto che persino le due guerre mondiali (e specialmente la Prima) di fatto sono state combattute perché le grandi potenze occidentali erano entrate in contrasto su come spartirsi terre e ricchezze non loro.

L’11 settembre, allora, come lo dobbiamo collocare?
L’11 settembre è uno degli effetti, per quanto drammatico e condannabile, di una realtà globale che sta profondamente mutando. Tanto da non consentire più all’Occidente cristiano di poter fare il bello e cattivo tempo senza che gli altri si impegnino a reagire, per quanto con modalità che ci possono sembrare barbare e disumane. Lo ripeto, parlare di Terza guerra mondiale è fuorviante. Come se si trattasse di una faccenda tutta interna alle grandi potenze occidentali. Le due guerre mondiali ci hanno parlato di un conflitto fra le potenze occidentali per spartirsi il mondo. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione mutata, in cui l’Occidente sta perdendo molte posizioni acquisite, mente nuovi paesi e nuove culture premono per uscire da uno stato di sottomissione e marginalità. Lo dico senza falsi moralismi: non escluderei che queste nuove realtà siano alimentate da una «volontà di potenza» simile a quella di noi occidentali. Cosa che non consente la pretesa di individuare chi è moralmente migliore. E’ sempre la vecchia storia: vince il più forte. Chi sarà il più forte, in un secondo momento avrà la possibilità di farsi passare anche come il più giusto.

I media e i social quale ruolo hanno avuto nel creare le condizioni per questa ‘guerra diffusa e permanente’ e come hanno agito?
I media non hanno avuto altro ruolo se non quello che spetta a degli strumenti che, per buona parte, sono posseduti dal potere economico e finanziario. La nostra è l’epoca in cui l’economia, grazie anche a quello straordinario alleato che è la tecnica (specie quella mediatica), è riuscita a conquistare i più importanti gangli vitali dell’essere umano. Per comprendere il mondo di oggi, e quindi i conflitti che lo riguardano, bisogna comprendere quali sono le poste economiche in gioco e, in seconda battuta, come esse si declinano, o si attuano, o vengono rappresentate dalla grande giostra dell’informazione. Quanto ai social network, non credo che ad essi possa essere imputato alcun ruolo. Se non, forse, quello di alimentare il chiacchiericcio, la confusione, l’idea che si possa e perfino si debba intervenire con una nostra opinione su qualunque fatto. Ma in fondo è una forma di potere anche questa: come diceva il filosofo Gunther Anders, ci fanno vedere troppi alberi per impedirci di individuare la foresta…

Come possiamo immaginare l’evoluzione di questo ‘conflitto’ guardando alla prossima evoluzione dei social e in genere dei media?
E’ una domanda immensa. Non ho risposte definite, ma soltanto un suggerimento orientativo: l’evoluzione dei media sembra condurre, in maniera inesorabile e tutt’altro che lenta, a una forma di informazione che avverrà sempre di più nella dimensione virtuale. La Rete, nelle sue varie declinazioni e modalità, diventerà ogni giorno di più il principale veicolo di informazione con cui l’opinione pubblica si formerà un’idea dei grandi fatti del mondo. I conflitti, tutti i conflitti, dovranno inevitabilmente passare per la dimensione tecnologica e virtuale. Da qui si spiega, per esempio, l’idiosincrasia delle grandi potenze emergenti (penso specialmente alla Cina e al mondo islamico in genere) per una tecnologia, quella della Rete, che ad oggi è ancora sostanzialmente monopolizzata dall’Occidente e dalla sua lingua e cultura. Una cosa mi pare certa: ad oggi le nuove tecnologie e la Rete rappresentano il più grande alleato dell’Occidente. La sua arma più efficace per pensare di mantenere una posizione di preminenza nel complicatissimo mondo globalizzato.

Dall’11 settembre 2001 ad oggi, abbiamo visto nascere e morire un terrorismo, quello fomentato da Bin Laden. Ma quanto è ancora attuale e soprattutto attuabile il concetto di guerra santa?
Il concetto di guerra santa è uno specchietto per le allodole che consente a noi occidentali di impancarci a vittime dei fondamentalisti islamici, auto-affibbiandoci una presunta superiorità morale sui «barbari islamici». Allo stesso tempo questo concetto consente ai grandi signori della finanza islamica (questo era, in fondo, Osama Bin Laden, la cui famiglia di petrolieri è stata per anni in società con la famiglia Bush) di esercitare un’influenza morale e di compattare quanti più arabi possibile al fine di costituire degli eserciti. Se non usciamo dagli schemi precostituiti non capiamo nulla, lasciandoci abbindolare dalla logica manichea che spiega tutto individuando da una parte il Male e dall’altra il Bene. Si tratta in fondo di una logica religiosa, appunto, ma non dobbiamo mai dimenticare che la religione, soprattutto ad altissimi livelli, è stata anche (e sottolineo l’«anche») uno degli strumenti più potenti con cui noi occidentali abbiamo conquistato il mondo, pretendendo di esportare democrazia, civiltà, verità. Lo abbiamo fatto con tutte le armi retoriche che la religione consente. Oggi, in virtù degli equilibri mutati di cui abbiamo parlato, possono permettersi di farlo anche gli islamici.

Viceversa, perché si assiste alla conversione di così tanti occidentali alla guerra santa? Qui i media quale ruolo hanno?
Uno dei problemi dell’Occidente è che il suo benessere, unito allo sviluppo della democrazia e in genere di una civiltà laica, lo ha fortemente indebolito, rendendo la stragrande maggioranza delle persone chiusa in una logica individualistica, privata, egoistica. Si pensa e si agisce in termini di profitto personale, smarrendo sempre di più l’ottica del benessere pubblico e della crescita collettiva. Nei termini ristretti di una logica di guerra, possiamo dire che il nostro benessere prolungato ci ha resi molto più civili e democratici ma anche molto più deboli. Ci sono persone che reagiscono a questa condizione ricercando nuove idee forti, nuovi valori assoluti per cui, nei casi estremi, anche combattere e morire. Ma mi sembrano francamente una ristretta minoranza, per quanto appariscente. Diverso è il discorso dei grandi poteri economici occidentali, che per giustificare le loro guerre finalizzate al mantenimento della superiorità economica hanno bisogno di continui richiami alla guerra santa e alla logica manichea di noi buoni che andiamo a combattere contro il male islamico. E che per questo scopo usano la cassa di risonanza dei media.

La ricerca spasmodica di un’informazione globale, può diventare sintomo di un’involuzione del sapere?
Assolutamente sì. L’opulenza informativa garantita da quello strumento potentissimo che è la Rete, produce di fatto un’indigenza conoscitiva dagli effetti dirompenti. Siamo informati su tutto ma non sappiamo nulla veramente, in maniera approfondita. Come diceva Platone nel settimo libro de ‘La Repubblica’ (quello del ‘mito della caverna’), la cecità degli occhi è data da due condizioni: certamente il buio. Ma anche il passaggio alla troppa luce. Chi deteneva il potere, nel mondo della società industriale, usava la censura per avere dei sudditi ignoranti e quindi manipolabili. Oggi questo eccesso di informazioni finisce col produrre il medesimo effetto. E’ sempre più un mondo a misura di macchine che devono garantire una sempre crescente produzione di ricchezza. In un mondo di questo tipo, mi sembra evidente che gli spazi per il sapere, per la cultura, per lo studio lento, approfondito ed autonomo tenderanno a restringersi sempre più.

Senza cedere ai complottismi, quanto c’è di non reale bensì costruito sui media dal potere che è alla base di questa guerra diffusa? Dalle decapitazioni forse solo cinematografiche a un IS che potrebbe essere il prodotto di una fantastica sceneggiatura scritta dai servizi di mezzo mondo.
La storia dei grandi bluff con cui l’Occidente ha giustificato molte delle sue azioni più sanguinose è lunghissima e costellata di fatti che hanno provato in maniera inoppugnabile la natura di queste vere e proprie messinscene. Ciò detto non me la sento di affermare con precisione quanto c’è di reale o inventato in ciò che il mainstream mediatico ci propone. Sarebbe un po’ come cedere, se mi perdona la forzatura, a quella logica riduzionistica molto in voga sui social network, che tende a vedere imbrogli e complotti dietro ogni angolo. Preferisco rispondere in maniera filosofica (e quindi, almeno nelle mie intenzioni, più oggettiva e credibile): l’uomo è anche un essere prevaricatore e violento, armato di una volontà di sottomettere e sfruttare per il proprio tornaconto gli altri esseri umani. Se teniamo conto di questo, se impariamo a dedurne che, quindi, salvo casi estremi è arduo individuare con nettezza il Bene e il Male (o il Torto e la Ragione), allora possiamo conseguire una visione del mondo più equilibrata e realistica. Certo è che, ad oggi, la Rete per buona parte è costruita in maniera tale da privilegiare la «pancia» piuttosto che il «cervello» degli utenti. Che vengono spinti il più delle volte a indignarsi (in maniera peraltro sterile e priva di conseguenze fattive) piuttosto che a comprendere.

Parlando di media nel contesto della terza guerra mondiale: come guarda alla comunicazione di ISIS o IS che dir si voglia   -il primo movimento che noi occidentali definiamo terroristico che si preoccupa di mettere in circuito una rivista prima ancora di aver completato il progetto di conquista del territorio del che dovrebbe essere il suo Califfato.
Premesso che respingo per le ragioni che ho detto la definizione di «terza guerra mondiale», ritengo che le classi dirigenti di Isis (per usare un’espressione arcaica) stiano cominciando ad applicare quanto abbiamo analizzato sopra: chi vuole prevalere nel mondo dell’apparenza assurta a unica verità plausibile, deve fornirsi delle armi più adatte e potenti al fine di raggiungere quello scopo. Queste armi, ad oggi, sono quelle della comunicazione.

 

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