lunedì, Maggio 17

Il ‘Nunterreggaepiù’ degli italiani alla classe politica che non c’è

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Ve la ricordate quella canzone-tormentone di Rino GaetanoNunterreggaepiù‘? Pensate, è del 1978: preistoria… Ad un certo punto quelli che ‘Nunterreggaepiù‘ sono «i ministri puliti, i buffoni di corte/ladri di polli/super pensioni/ladri di stato e stupratori/il grasso ventre dei commendatori/diete politicizzate/evasori legalizzati…».
Nunterreggaepiù più le ‘auto blu’… e il coro costituito da «PCI, PSI, DC, PLI, PR»; e via con l’elenco di una serie di potenti/prepotenti di allora: «Cazzaniga, avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli, Monti, Pirelli», fino allo sberleffo: «dribbla Causio che passa a Tardelli, Musiello, Antognoni, Zaccarelli, Gianni Brera, Bearzot, Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno, Villaggio, Raffa, Guccini, onorevole eccellenza, cavaliere, senatore, nobildonna, eminenza, monsignore, vossia».
Per chiudere un ‘rosario’ di frasi di convenienza: quelle usate da coloro che sono pieni di sé, essendo pieni di vuoto: «mi sia consentito dire»; «il nostro è un partito serio disponibile al confronto»; «nella misura in cui»; «alternativo, alieni ogni compromesso».

Ecco: giusto perché siete stati avvertiti che si tratta di un Rino Gaetano di ormai quarant’anni fa. Perché a non saperlo, e mettendo altri nomi rispetto ai citati, il ‘Nunterreggaepiùlo si può cantare benissimo anche oggi.
E infatti anche oggi lo si canta; lo cantano gli elettori ogni volta che possono. Avranno anche torto, a disertare le urne, e rinunciare a votare. Se è vero che ad avere torto sono sempre gli assenti, chi non va votare (e lascia che siano gli altri a decidere per lui), chi si astiene poi è il meno titolato a lamentarsi per quello che chi è eletto combina e pasticcia. E’ comunque un fatto che cresce sempre più il partito del verdiano ‘Rigoletto’: «Questa o quella per me pari sono»; l’altro partito, il guicciardiniano «o Franza o Spagna, purché se magna», proprio su questo rigetto fa i suoi calcoli, per alimentarsi e prosperare.

Un po’ tutti gli osservatori hanno rilevato che il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi non ha dedicato un solo minuto del suo tempo, per la campagna elettorale per i ballottaggi nei 11 grandi Comuni (tra gli altri, 22 capoluoghi). Quattro milioni gli elettori coinvolti, e lui non ha battuto ciglio: neppure un comizio, come se la cosa non lo riguardi. Come mai questa assenza? E’ possibile che a Genova come a Verona, a Parma come a Padova, Renzi più cheun valore aggiuntosia stato percepito come una presenza inopportuna, se non dannosa. Il che è un bel paradosso, per un Segretario di molte ambizioni e pretese non ancora sopite, e che è uscito vincente dalle primarie del suo partito.
Il fatto è che al di là dell’esito dei ballottaggi, nel campo progressista i nodi restano tutti irrisolti; e Renzi non è certo un Alessandro capace di imprese gordiane. Tutt’altro: se possibile lui riesce a complicarle ulteriormente, le cose.

Le discussioni, le ‘riflessionidi queste ore nel campo progressista vanno ben al di là dell’esito elettorale delle amministrative. E si sprecano le cortine fumogene. Cosa dice, per esempio, il portavoce della Segreteria del PD Matteo Richetti intervistato da ‘La Stampa‘? Che Giuliano Pisapia con il suo fare ‘resuscita’ Silvio Berlusconi e tiene in vita il boccheggiante movimento di Beppe Grillo. In sostanza: non è vero quello che generalmente si crede: che vi sia un patto di mutua assistenza tra Renzi e Berlusconi; è piuttosto Pisapia che tratta e contratta; e al tempo stesso con i suoi stop and go tiene in vita i grillini. Trascorre qualche ora, ed ecco che ‘Repubblica‘ (stesso polo editoriale de “La Stampa”, e giornale di cui Pisapia è collaboratore, ma si tratta di coincidenze), ‘spara’ la notizia che tra i piani segreti di Renzi c’è quello di varare in fretta e furia una legge elettorale con la complicità di Berlusconi e riuscire a indire le elezioni entro novembre. Subito bollate come ‘fantasie’ dallo stato maggiore renziano. E tuttavia, il sospetto rimane, riassunto nell’anonima, ma autorevole, confidenza: «Il fronte renziano guarda a due variabili. Se le cose vanno molto male, allora sarebbe giusto prendere di petto la situazione delle politiche il prima possibile. Se le cose vanno bene, potremmo sfruttare l’onda…».

Renzi vede come fumo negli occhi i tentativi di Pisapia di aggregare una sinistra altra, e parallela, al suo PD; e non vuole che quell’area abbia il tempo per organizzarsi, consolidarsi. E’ poi convinto  -non del tutto a torto, in verità- che nei calcoli di Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema vi sia quello di sfilarsi dal voto dell’inevitabilmentepesantelegge di bilancio, e lasciare che sia approvata da PD e Forza Italia. Non solo non si farebbero carico di una ulteriore manovra lacrime e sangue; avrebbero buon gioco a sostenere che la Grande Coalizione, il ‘Renzusconi’ è già realtà.

Dal quartier generale del PD si smentiscono queste ricostruzioni: «Per l’ennesima volta siamo in presenza di dichiarazioni totalmente inventate che non corrispondono al vero». Al di là di questo bailamme, c’è comunque un’affermazione di Richetti che merita attenzione: «A Renzi tutto si può rimproverare, ma non che non abbia fatto un appello a Pisapia e ai liberals che possono far parte del nostro progetto».
Il progettoè quello di Renzi e dei suoi sodali; gli altri sono uncontorno‘. E’ una “piccola” frase che rivela come nulla, nel mondo renziano sia mutato: supponenze, arroganze, presunzioni sono quelle di sempre.

E’ fresco di stampa un libretto scritto da Luciano Violante, che pur non si è mai mostrato pregiudizialmente anti-renziano. Il ‘Democrazia senza memoria‘ (e già il titolo è illuminante), Violante, parlando della figura del leader, ammonisce: «tende a circondarsi non di una classe dirigente, ma di una classe somigliante, nella quale possa rispecchiarsi traendone sicurezza e che si possa rispecchiare in lui traendone legittimazione, in un narcisismo reciproco e crescente».

Questo è il problema del declino italiano: dopo una prima classe politica forgiata negli anni drammatici e tetri del fascismo e della guerra (gli Alcide De Gasperi, gli Ugo La Malfa, i Riccardo Lombardi, i Pietro Nenni, i Ferruccio Parri, i Palmiro Togliatti, i Giuseppe Saragat), ne è poi subentrata un’altra che da questa è stata allevata e nutrita; e sul conto dei Giulio Andreotti, degli Enrico Berlinguer, dei Bettino Craxi, dei Massimo D’Alema, degli Amintore Fanfani, dei Giacomo Mancini, degli Aldo Moro, degli Achille Occhetto, si può dire tutto il male che si vuole; ma erano, comunque, classe politica.
Poi, caduto il muro di Berlino, e con il ciclone di Tangentopoli, con poteri reali (finanza e potentati economici non necessariamente nazionali, magistratura), quella classe politica viene spazzata via; e ora ci sono, sulla scena politica tanti Renzi che tutto sono, ma non classe politica. Non a caso a cercare di incollare qualche coccio si fa affidamento a grandi vecchi come Sergio Mattarella o Romano Prodi; e perfino Paolo Gentiloni: lo sapete che è annata 1954, non esattamente di primo pelo…
Ilnuovoche harottamatoilvecchio‘, conservandone tutti i molti difetti e senza far tesoro di nessuna delle poche qualità, èfigliodi quel vuoto creato da quel muro crollato, di quel ciclone che ha sconvolto l’Italia. Una classe politica che non ha saputo perpetuarsi, e che ha lasciato ilvuotoche viene colmato vediamo come.

Perché questo excursus? Perché ora i nodi vengono al pettine. Renzi e il suo clan fiorentino un pasticcio fanno e cento altri ne combinano; e intanto, attorno a loro si fa il vuoto: prudentemente il presidente del Senato Pietro Grasso rinuncia a guidare il PD per le elezioni in Sicilia: per senso delle istituzioni preferisce restare Presidente del Senato; il Presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, da tempo ha preso le distanze da Renzi (al tempo delle primarie si è schierato con Andrea Orlando); e tanti altri si potrebbero citare, da Graziano Del Rio a Dario Franceschini; Enrico Letta è appartato, ma ‘temporaneamente’, per usare l’espressione di Prodi, che apertamente ‘lavora’ per lui. Domani Orlando riunisce i suoi, ma già fa sapere che intende fare squadra con Pisapia; e così altri esponenti della minoranza, da Gianni Cuperlo a Cesare Damiano… altro che «…a Renzi tutto si può rimproverare, ma non che non abbia fatto un appello a Pisapia e ai liberals che possono far parte del nostro progetto», come dice Richetti.

Il problema (sempre parole di Violante) «è costruire un’alternativa sana al rapporto malato fra leader narcisista e popolo senza rappresentanza». Semplice. C’è solo un nodo, a questa alternativa: Renzi non dovrebbe essere più il Renzi che è, e che conosciamo: più che improbabile, impossibile. E poi, a conti fatti: qualcuno può spiegare perché non si dovrebbe continuare a dare fiducia a chi, finora, facendo tesoro del suo ‘grigiore’ ha saputo trasformare in forza la sua debolezza? Se Gentiloni va bene oggi, perché non anche domani? A questa domanda Renzi non ha risposta. Anche per lui ‘suona’ il ‘Nunterreggaepiù‘ di Rino Gaetano.

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