martedì, Giugno 22

100mila poeti per il cambiamento Intervista a Michael Rothenberg sul suo movimento artistico planetario nato su Facebook

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Thousand Poets for Change

‘100 Thousand Poets for Change’ è un movimento artistico planetariosorto tre anni fa in California, che mira a smuovere le coscienze sul ruolo dell’arte per il cambiamento sociale, chiamando a raccolta artisti di varie discipline, tra cui la poesia, da ogni angolo del pianeta. I fondatori del movimento sono Michael Rothenberg Terri Carrion che lo hanno gestito interamente attraverso i social media sul web da un’iniziale pagina evento creata su Facebook, cui ha fatto seguito un blog per contenere le iniziative partite in concomitanza in vari paesi del mondo. Attualmente si parla di 700 eventi in 550 città di 95 nazioni che si svolgono in contemporanea nel settembre di ogni anno.

Nell’ambito di queste manifestazioni che comprendono eventi letterari, concerti, esposizioni di arti visive, si svolgono dibattiti su questioni di carattere internazionale, come fra i tanti la difesa dei diritti umani o la salvaguardia dell’ambiente, che hanno alla base soluzioni che prevedono la pace e la sostenibilità per il nostro pianeta. In Italia sono previsti due incontri principali: uno a Napoli presso il foyer del Teatro San Carlo il 13 maggio e uno a Roma presso il Teatro Valle il 7 giugno prossimi; anche altre città come Venezia e Imola accoglieranno letture e manifestazioni con i due fondatori del movimento.

La Stanford University ha curato l’archivio permanente globale del movimento e ha garantito la accessibilità del sito web anche in caso di avaria. La Albeggi Edizioni ha aderitolo scorso anno alla manifestazione ‘100 Thousand Poets for Change’ con un’antologia di poesie sui temi della pace, dei diritti umani, della sostenibilità ambientale, dell’etica nell’economia e del lavoro, che è risultata vincitrice del Premio Nazionale Contemporanea d’Autore promosso dall’Alexandria Scriptori Festival.

 

Michael Rothenberg, come è nata questa idea?

Quando ero giovane e vivevo in Florida, negli anni Sessanta, dapprima mi sono imbattuto nel lavoro di importanti poeti che avevano compreso e si facevano portavoci del ruolo di artisti e poeti come autori del cambiamento. Allen Ginsberg protestava contro la guerra nel Vietnam e contro tutte le altre guerre, invocava i diritti umani e denunciava i problemi relativi alla libertà di espressione; Michael McClure ha parlato nel suo ‘Meat Science Essays’ sulla sacralità del pianeta terra, l’importanza dell’ecologia e della biodiversità. La tradizione del poeta impegnato risale a molto tempo fa. Gli artisti erano ovunque impegnati a parlare su problemi del loro tempo e si occupavano dell’attivismo sociale, o almeno ciò era quello che mi sembrava. Questo è quello che io ho capito debba essere un poeta ‘vero’. Cambiamento, pace e ambiente, diritti umani, problemi sociali, economici e di uguaglianza di genere erano discussi in ogni luogo in quegli anni e io ritenevo che quella fosse la norma nel campo artistico.

Come percorso personale, passai i trent’anni successivi della mia vita da poeta e come organizzatore di gruppi comunitari che si concentravano sui problemi dell’ambiente, lavorando nella città di Pacifica in California, dove mi sono trasferito nel 1975, sui problemi dell’uso del territorio e sulla protezione di specie rare e in pericolo di estinzione. Mi sembrava però che sfortunatamente nel corso degli anni l’enfasi sull’azione sociale in ambito artistico fosse diminuita, mentre i problemi si moltiplicavano. Io mi sentivo incredibilmente disperato e isolato. Guerre in Iraq, in Afghanistan, la centrale nucleare di Fukushima, la catastrofe del petrolio nel Golfo del Messico… non c’era abbastanza spazio per segnalare i problemi che si diffondevano come un’epidemia nel mondo di oggi. Noi abbiamo visto incrementare la militarizzazione della polizia negli Stati Uniti e l’impegno a sostenere la stessa come un nuovo Superman del XXI secolo. Sì, disperazione e isolamento è quello che sentivo!

Così nel marzo 2011 parlavo di questa sensazione con un amico su Facebook, dicendo che ci sarebbero dovuti essere ‘Centomila poeti per il cambiamento’ (100 Thousand Poets for Change). Io credevo che i poeti avessero parole e intelligenza per definire i problemi quotidiani e organizzare la narrazione di quella distruzione che sembra ormai essere divenuto il mondo attuale, oltre che per indirizzare la narrativa verso la pace e la sostenibilità. Sì, ci sarebbero dovuti essere ‘Centomila poeti per il cambiamento’ (100 Thousand Poets for Change)!

Il mio amico su Facebook disse che era una idea grandiosa, ma io ero scettico. Era pure una grande idea, ma non ero affatto sicuro che poeti e artisti avessero la passione e la forza di fare realmente qualcosa di concreto. Pensai tuttavia di avere l’obbligo di proporre questa idea agli amici per vedere se c’era anche una sola possibilità, sebbene non mi aspettassi alcuna risposta. Così aprii una pagina-evento su Facebook chiamata ‘100 Thousand Poets for Change’ e invitai i miei amici a unirsi a me per partecipare ad una giornata di mobilitazione a settembre incentrata su ‘un cambiamento realmente politico, sociale, economico e legato all’ambiente con un particolare risalto dato alla pace e alla sostenibilità’.

Così ho invitato tutti i miei amici di Facebook a questa pagina-evento. Nel giro di poche settimane centinaia di persone di tutto il mondo si sono collegate e hanno segnalato che sarebbero state molto felici di partecipare a questo evento di mobilitazione a settembre. Essi proposero di fare letture di poesie, marce, flash mobs, picnic, istallazioni d’arte e altro ancora. Per settembre furono organizzati oltre 700 eventi in 95 paesi.

La mia compagna Terri Carrion, che era anch’essa altrettanto scettica sull’idea che i poeti insorgessero per promuovere un cambiamento, in seguito si unì a me nel cercare di organizzare tutte le informazioni emerse dalla rete. Con l’aiuto della nostra amica Mary Sands a Vancouver in Canada, Terri creò un blog per incominciare a raccogliervi tutto il materiale. Terri è anche lei una poetessa e un’artista, e parla anche spagnolo, così ha raccolto la maggior parte delle comunicazioni con i paesi di lingua ispanica che ci avevano contattato per partecipare all’evento. Questo diede una grande spinta per riuscire a raggiungere anche i paesi latino-americani.

L’organizzazione si chiama 100 Thousand Poets for Change, qual è il cambiamento a cui aspirate e perché parlate proprio di cambiamento?

Il cambiamento non è cosa facile, la realtà è complessa e le soluzioni sono al tempo stesso diverse e complicate e riflettono sempre accordi e fatti locali.

Il genere di cambiamento che agli inizi ricercavo era un mutamento positivo che ricadesse sotto le linee guida della pace e della sostenibilità. Ognuno comprende il concetto di pace, ma la sostenibilità sembra più complessa da capire. Io stavo parlando del concetto olistico della sostenibilità, che richiede un’integrazione tra l’ambito economico, quello sociale e quello legato all’ambiente, per lavorare alla costruzione di un mondo veramente sostenibile. Questa è la sostenibilità come io la intendevo.

Dalla prima iniziativa nel 2011 ad oggi cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale nell’organizzazione?

Dal 2011 abbiamo avuto un evento di 100TPC ogni anno e il numero delle città che hanno partecipato e degli eventi è stato molto consistente. Il movimento si è poi esteso ad altre forme d’arte Mimes for Change in Egitto, Uruguay, Filippine e Costa Rica, Musicians for Change nel New Jersey, a New Orleans, a San Antonio e Los Angeles negli Stati Uniti, molti Musicians for Change in Italia, Serbia, India e Messico, DJs for Change a Santa Rosa, in California! Sta diventando più chiaro ogni anno che ‘Poets for Change’ è appena l’inizio di questo movimento e forse soltanto una metafora per tutti gli uomini che desiderano esprimersi per il cambiamento in ogni ambito creativo che essi sentono più consono ed efficace per loro. Ora sono passati quattro anni dalla nostra fondazione, 100TPC continua ad espandersi e a raccogliere poeti e artisti di tutte le discipline. Partecipanti ed organizzatori hanno cominciato a viaggiare oltreoceano e attraverso i continenti per incontrarsi di persona, fuori dal mondo virtuale, per condividere e mettere a disposizione il loro lavoro e il sogno di un futuro migliore per l’umanità.

Quest’anno tra maggio e giugno prossimi Terri e io saremo in Italia, Macedonia e Marocco, tre paesi molto attivi nei programmi del 100TPC, per incontrare gli altri organizzatori. In Italia, in particolare, ci vedremo con poeti a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, Imola, Milano e Venezia. Stiamo programmando molti eventi in questo paese; parteciperemo a gruppi di lettura e workshop su questioni di attualità. Al momento mi trovo a Fregene, dove con Terri e Steve Rice, un amico e video grafico di 100TPC, partecipo alle manifestazioni del nostro gruppo. I nostri ospiti, Ilaria e Salvatore Catastini, hanno aperto la loro casa per noi e hanno cominciato a presentarci a poeti e scrittori di Roma per conversazioni molto vivaci. Ci sono ancora molte cose che necessitano di discussione.

La Stanford University ha curato l’archivio permanente globale di 100 Thousand Poets for Change. Che materiale ha al suo interno e come è organizzato?

A tale riguardo dobbiamo premettere che siamo molto orgogliosi di tale sodalizio. Siamo stati contattati dalla Stanford University nel 2011 perché era molto interessata al 100TPC e avrebbe voluto aiutarci a far sì che tutta la documentazione da noi raccolta su questo evento storico fosse messa a disposizione delle future generazioni. Terri Carrion ha ingrandito il blog di 100TPC per includervi le singole pagine per ciascun evento organizzato nel mondo, dando loro la possibilità di caricare dettagli degli stessi, oltre a foto e video da condividere in tutto il mondo. La Stanford University ha elaborato un programma sotto il loro sistema LOCKSS che fa da ‘mirror’ al nostro sito e conserva una copia di tutte le informazioni che vi vengono caricate. In aggiunta agli archivi digitali, a Stanford è stato costituito un partenariato con un’altra fondazione che riesce a mantiene il sito di 100TPC attivo, anche se questo dovesse andare in avaria per una qualsiasi ragione. In questo modo la gente potrà avere sempre accesso al nostro sito e conoscere la nostra azione storica che ha messo insieme tanti grandi artisti: tutto ciò costituirà una lezione per le generazioni a venire.

Qual è il ruolo della poesia nel mondo di oggi e come può essa incidere sulla storia fino a cambiarla?

Faccio un esempio: siamo in ansiosa attesa di un incontro speciale di letture poetiche il 7 giugno a Roma, organizzato da Ilaria Catastini, che riguarderà la violenza nella società, la brutalità della polizia e la sua militarizzazione. Questo incontro avrà luogo in concomitanza e a sostegno dell’evento di mobilitazione in ricordo di Andy Lopez, un ragazzo di tredici anni ucciso dalla polizia a Santa Rosa in California, la nostra città. Andy fu colpito sette volte, la prima volta al cuore, le altre sei quando era già a terra, perché stava portando un fucile giocattolo in pieno giorno dalla sua casa di periferia. Terri e io siamo stati centrali in questa lotta per portare l’attenzione su questo assassinio avvenuto a Santa Rosa ad opera della polizia. In seguito un altro evento si svolgerà a Napoli, organizzato sempre da Ilaria, e altri ve ne saranno a Santa Rosa, Istanbul, Los Angeles, Chicago, San Antonio, nello Zimbabwe, nella Repubblica Dominicana, in Guatemala e in altri luoghi del mondo dove 100TPC ha programmato analoghe manifestazioni. Questa azione comune del 7 giugno dimostra il nostro potere e la nostra capacità di unione come comunità di artisti, che come gruppo globale può portare in assoluta evidenza problemi locali che necessitano di attenzione. E questo è solo l’inizio…

100 Thousand Poets for Change ebbe inizio nel 2011 con una ‘call to action’ su una pagina evento su Facebook. Quanto ha aiutato questo social network alla diffusione capillare di questa organizzazione e alle sue manifestazioni?

Già nel 2011 fu subito evidente come i social media, come Facebook e Twitter, da noi usati intensivamente, furono essenziali per poter radunare i membri della comunità attraverso tutto il mondo. Io non credo che questa nuova forma di coalizione artistica avrebbe mai potuto essere possibile senza l’aiuto di questi social media. Attraverso di essi abbiamo trovato una nuova comunità di poeti e artisti, assai desiderosi di conoscersi e fortemente motivati a scambiarsi idee creative sulle questioni di pace e sostenibilità. Si tratta di persone che vogliono essere tutte socialmente impegnate.

Dal 2011 abbiamo avuto un evento di 100TPC ogni anno; il numero delle città che hanno partecipato e degli eventi effettuati è stato molto consistente. Il movimento si è poi esteso ad altre forme d’arte: ‘Mimes for Change’ in Egitto, Uruguay, Filippine e Costa Rica; ‘Musicians for Change’ nel New Jersey, a New Orleans, a San Antonio e Los Angeles negli Stati Uniti, molti di essi sono anche in Italia, Serbia, India e Messico; ‘DJs for Change’ a Santa Rosa, in California. Sta diventando più chiaro ogni anno che ‘Poets for Change’ costituisce appena l’inizio di questo movimento e forse rappresenta soltanto una metafora per tutti gli uomini che desiderano esprimersi per il cambiamento in ogni ambito creativo che essi sentono più consono ed efficace per loro.

 

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